Cosa hai odiato e cosa amato della tua infanzia?

Ricordo di aver vissuto la mia infanzia come in una bolla dentro alla quale c’era un caos infinito, perché mi perdevo già allora in mille pezzi per qualsiasi cosa.

Non piangevo spesso, ma capitava sempre che mi sciogliessi in lacrime solo di fronte agli altri. Goffa e permalosa. Rimanevo agghiacciata per tutto, che fossero critiche o complimenti. E di ghiaccio reagivo a critiche e complimenti tutte le volte, ma poi appena  a fine giornata salivo sul sellino della bicicletta per un giro in cortile, mi punivo per tutto.

Ovviamente poi capitava che scoppiassi a piangere in momenti assurdi. Bastava dirmi “Siediti composta” per accompagnarmi in un lungo attacco di panico. Mi mancava il fiato, non riuscivo a chiudere le labbra che si riempivano di sale e saliva. Naso enorme, rosso, occhi serrati  e capelli lunghi spettinati. Facevo davvero schifo ma sapevo che le lacrime a cui gli altri facevano da spettatori non erano altro che pura liberazione dai mille giri di valzer che avevo in testa.

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Quando non piangevo, respiravo bene e non mi trapanavo la mente di idiozie melodrammatiche già a 7 anni, mi leggevo e leggevo gli altri con un estrema attenzione ed ero un assurdo bruco felice in una bolla.

Durante la mia infanzia non ho odiato nulla.

Però mi ricordo degli eventi che se solo avessero riguardato la mia vita di ora, farei un macello.
Se ci penso, ora che ho vent’anni, sono quasi in grado di fermarmi arrabbiata al ricordo di qualche sgambetto e insulto gratuito di troppo. ​

E sono davvero turbata quando penso a quella volta, dopo un trasloco che mi aveva allontanato dalla scuola e gli amichetti, mia mamma pensò di portarmi a rivederli dopo un anno passato in una nuova scuola lontana. Anno per me tremendo, ma é facile quando ci si inserisce in un contesto ben amalgamato.

Ho iniziato a camminare fuori dalla bolla proprio durante quell’anno magico e maledetto. Una transizione vera.

L’idea era quella di scattare la “foto di classe”, la 5 elementare, anche con i compagni della scuola precedente.

Era un peccato non avere l’ultima foto, bisognava (secondo lei) chiudere il ciclo.

Ero felicissima. Infatti non credo che mia madre abbia insistito più di tanto nel convincermi, insomma, ero sicura che avrei trovato tutto come lo avevo lasciato.

Ci avviamo con i mezzi pubblici verso la scuola. 45 minuti di viaggio durante i quali pensavo al nostro ultimo saluto.  10 bambinette e qualche bambinetto che piangevano, lacrime agli occhi dovute probabilmente da un meccanismo di difesa strano perché me è stato un abbandono ma per qualcun’altro era assistere ad un abbandono.

Pianti che non finivano più.

I nostri genitori commossi. Immagino il dispiacere dei grandi nel vederci così uniti.

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Siamo arrivate di fronte all’ edificio e ci comunicano che la mia classe stava aspettando il proprio turno per scattare la foto. La commessa mi accolse dicendo che i miei compagni sarebbero stati molto felici di vedermi.

E lei era davvero felice. Alle elementari come ora ero innamorata dei grandi. La differenza é che ora mi circondo di persone che siano almeno 10/15/25 anni più grandi.

Allora, invece, se non erano 40 gli anni che mi dividevano a qualcuno, io non ero completamente innamorata. Tenevo discorsi più o meno importanti con chiunque avesse la sensibilità di parlarmi.

Diventavo amica di donne formate e intelligenti, mi parlavano di tutto, io ascoltavo. Passavo le mattinata a giocare con i miei coetanei, ma dopo ero la benvenuta nelle case di tutti i condomini, qualcuno parlava di poesie, lavoro, altri mi regalavano borse e creme, con i signori potavo le piante e con mio papà creavo formine di cemento o legno.

Sono nata vecchia.

Le mie persone preferite erano la portinaia, la maestra di italiano, due ragazze del pianterreno una bionda,una mora e l’allenatore di basket.

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Ma con i miei amichetti di scuola non avevo problemi, non sapevano che avevo una doppia vita in cui rompevo le palle alle persone che tornavano da lavoro magari stanche per farmi raccontare cosa ci fosse dietro alla storia di un oggetto particolare, come si piantano i pomodori o cosa significasse avere un tumore. Non lo sapevano e io in classe giocavo alle Winx ed ero Bloom.

La commessa ci accompagna in cortile, io  molto emozionata.

E la 5A?

Non lo era. Non lo era per nulla. Mi sputavano addosso. E altro che forse vive nel mio subconscio, oppure che  é stato eliminato completamente dai meandri della mia mente.

Il male, che provai é riuscito ad uscire dalla bolla più o meno velocemente. Durante quell’anno avevo già conosciuto e vissuto il rifiuto.

Le botte, le prese in giro e un accoglienza fredda. Ero abituata.

Mia madre ne era molto dispiaciuta, decise con mio papá di accompagnarmi durante l’estate, a casa di una delle mie amiche, per una merenda e per ricordarmi che non ero sola.

Ma io sono permalosa, un po’ rancorosa e sopratutto furba e qualche minuto dopo essere entrati, le ho chiesto di poterle scrivere una dedica perché sicuramente ne aveva ricevuta una da tutti e io ci tenevo molto.

Cazzate. Volevo solo vedere quella foto perché io non ne avevo voluto una copia stampata.

Scoprii subito che nella fotografia della mia compagnetta del cuore, la mia faccia era stata tagliata via. Lei disse “lo hanno fatto due dei maschi sulle foto di tutti quanti”. Chissà.

Comunque qualcuno di loro nel tempo l’ho rivisto e quegli anni mi hanno sicuramente regalato qualcosa da ricordare.

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