Ghali, Grazie! Ma perchè?

Oggi tutto bene.
Gira e gira in Tv. La mia ragazza lo conosce, lui di persona e le sue canzoni.

“Guardalo su Che tempo che fa”…

Vabbè, vediamo. “Ghali”.

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Dopo averlo visto e sentito, decido di ascoltarlo. Questa non è certo una notizia. Lo ascoltano milioni di persone.
Anche se appartengo poi ad un’altra generazione, nemmeno questo è strano. Lo ascoltano dai 10 ai 50 anni.

Lo ascolto. La cosa strana è che non “sento distanza”.
E’ multi-contemporaneo. Mio, della mia ragazza e probabilmente di mia nipote.
Bhè, questo si mi colpisce.
Qual’è il motivo? La musica? si certo, bella, “facile”. Leggera, non pesa ascoltarlo. Ma non è questo. Allora, perché “rappa bene”? Si, ha un bel flow. Ma nemmeno questo.

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Allora è il linguaggio? Si, è semplice e articolato al contempo, mi piace. Certo non mi appartiene, ma, pur con una “generazione” di distanza, lo capisco. Cioè, non solo lo comprendo, ma lo capisco.
Mi crea empatia.
Ecco cosa è! Allora è questo. Ma perché? Infondo, abbiamo storie abissalmente diverse. La mia non è certo difficile come la sua.
Eppure, empatia.
Allora lo ascolto ancora meglio. E lo vedo!! Vedo il Filo.
Vedo il filo con cui tesse le trame delle sue parole.

È un filo che non risente di tempo, barriere linguistiche, culturali o religiose. È il filo di una “lingua”, che se l’hai ascoltata una volta o parlata anche per poco, ti torna subito in mente. Ti riporta dove la sentivi parlare.

E un filo fatto dall’intreccio di dolore.

Certo, banale. Ma non dolore esibito, urlato, violento, volgare. No. Non un dolore.
È fatto DAL dolore. Quello “dolce” come il sapore del latte di mandorla. Come il gusto del veleno, quello del cianuro.

È il dolore di chi è stato diverso. Di chi lo è anche se tutti ora lo salutano.

Diverso per colore, lingua, religione…semplicemente perché non sei del “mainstream”. Di chi avrebbe dato tutto per essere “omologato”, ma non poteva.

Il Dolore di chi non ha voluto, ma ha dovuto scegliere di fare della sua diversità la sua “moneta” per pagarsi il “traghetto” sulla sponda “visibile” del mondo. Per uscire dal Nulla. Si.
“Non ho potuto essere come voi, faccio in modo che voi siate come me”.
Un filo che al dolore intreccia valori. Quelli base. Quelli veri. Famiglia, Amici, Amore. Quello che nasce, matura solo nella “melma” della trincea.

Al Dolore e al Valore, unisce anche il filo della Fatica. Ma non quella della voglia di riscatto. No. La Fatica di correre nel fango. Tanto forte, tanto veloce da correrci sopra.
Non la voglia di riscatto. La sorpresa del riscatto!

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La scoperta sorprendente, di essere più “forte e veloce” del fango che ti aveva imprigionato.
La gratitudine che ti “permea” verso chi in questa “corsa” ti ha sostenuto e sollevato.
Ed anche l’amarezza ed il rammarico di quelli che invece sono “rimasti indietro”:
nella “bolla dell’ascolto”, per quanto possa apparire poco credibile “ ho sentito Ghali a “distanza zero”.

Quel linguaggio tessuto con la trama di quel filo, è Universale. Atemporale.
Mi sono ritrovato a essere ai margini. Ho sentito di toccare nuovamente i margini. Il suo “esperanto” è quello che sentivo parlare nei miei “palazzi”.

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Nelle case popolari in cui abitavo. Nella sua stessa Baggio. Età diverse. Stesse voci, Stessi volti.
La sua “dolce rabbia”, quella sana, che ti “promuove” e non ti “inquina l’anima”, la riconosco.
Riconosco il desiderio di “uscirne”, “non per soldi, giuro”.

Si, i soldi non c’entrano, Non sono il fine. Sono lo strumento che consoci per per tirare fuori gli altri. Quelli con le gambe meno forti. Quelli che sono “dei tuoi”, che non ti fanno sentire solo anche se sei tra la folla.
Il primo che ce la fa, tira su anche gli altri. È questo. Salvare per salvarsi.
“La speranza è un passe-partout per la felicità.”

Nelle note si sente, lo sporco, il “Nero appiccicoso” che gli si è attaccato agli occhi e al cuore, alla gola. Per quello che ha visto, fatto, provato e detto. Lo sporco da cui vuole ripulirsi.
ALLORA, si preme fino in fondo. SI da tutto. Una volta che sei stato con qualcuno nella melma non contempli, non puoi, non puoi nemmeno immaginare di farcela e lasciarlo indietro.
Farlo sarebbe come essere l’unico sopravvissuto in un incidente aereo, in un volo in cui i passeggeri sono solo amici, famiglia…“i tuoi”.

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Impensabile lasciare indietro i “compagni” di trincea con cui hai diviso il fango ed il freddo nella guerra silenziosa contro il “margine” contro “l’invisibilità”. Contro il Nulla. Costretto a “combattere” solo per affermare che tu Sei al di là di cosa hai. Sei un essere umano.

Questo è quello che mi si è iniettato sotto “corteccia” bit dopo bit.
Considerazioni tutte non lineari, ma bolle dentro bolle – dentro bolle – dentro bolle…tutte nate da un solo “blow” che veniva dal suo “flow”:
Poi… “Puff…”

Via titoli, età, abiti, forme e etichette. MI sono rivisto nelle stesse strade. Sospeso tra l’orgoglio di “appartenere” e la vergogna di “essere”.
A schivare risse, in piazzetta con quello che faceva “su”, quello con il “pezzo”, l’altro col “ferro”.

Quello che spaccia con il fratello “ in collegio”. L’altro che non c’è non più.
La periferia ti possiede. Per sopravvivere la devi lasciare entrare. Non importa chi diventi dopo. Tu ne esci. Lei non se ne va.

Cambi abiti, zona, linguaggio. Amici. Tutto. Ma poi un “bit” ti punge e torna tutto. Come una crisi da reazione “allergica”.Ti ritrovi il freddo di sentirti invisibile e ai margini. Di Nuovo.Spegni. Respiri. Profondamente

Torni al tuo oggi che ti sei guadagnato. Che ti sei sudato.
Forse gli occhi lucidi. Si, con gli occhi lucidi. Forse anche paura di quel tuffo. È ancora, Gratitudine. Ti rendi conto di quanto hai fatto ma anche di quanta fortuna hai avuto.
Ringrazi D_0 perché nel fango, hai solo solo la Speranza e sua sorella, la Fede.

“Oggi” tutto bene, grazie a Dio.
“Le bas alhamdu lellah”.

Grazie Ghali.

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